Come cacciare Fiat dall'Italia
La sezione lavoro del tribunale di Milano ha ordinato alla Fiat di assumere nell’azienda di Pomigliano d’Arco 145 lavoratori iscritti alla Fiom-Cgil, proprio perché sono iscritti a quel sindacato. Com’è noto, proprio per l’indisponibilità della Cgil ad accettare un nuovo contratto, nonostante fosse stato approvato dalla maggioranza dei lavoratori in un referendum, la Fiat ha licenziato tutti i dipendenti di Pomigliano e ha poi proceduto ad assunzioni secondo la nuova normativa aziendale.
18 AGO 20

La sezione lavoro del tribunale di Milano ha ordinato alla Fiat di assumere nell’azienda di Pomigliano d’Arco 145 lavoratori iscritti alla Fiom-Cgil, proprio perché sono iscritti a quel sindacato. Com’è noto, proprio per l’indisponibilità della Cgil ad accettare un nuovo contratto, nonostante fosse stato approvato dalla maggioranza dei lavoratori in un referendum, la Fiat ha licenziato tutti i dipendenti di Pomigliano e ha poi proceduto ad assunzioni secondo la nuova normativa aziendale. Secondo la dottoressa Anna Baroncini, le assunzioni dovevano rispettare le percentuali di iscrizione ai sindacati della pianta organica precedente, siccome prima del rivolgimento aziendale circa il 9 per cento dei dipendenti aderiva alla Fiom, l’azienda deve ricostruire la stessa percentuale nelle riassunzioni. Non lo ha fatto e in questo si ravvisa un “comportamento antisindacale” dal quale consegue la condanna dell’azienda ad assumere un numero di dipendenti iscritti alla Fiom corrispondente. Il tribunale milanese non dice se la Fiat debba licenziare altri lavoratori per far posto a questa specie di “imponibile di mano d’opera sindacale” che viene costituito con questa sentenza creativa. Fiat e Uilm si opporranno alla sentenza e si vedrà come va a finire nei successivi livelli di giudizio, ma intanto l’ordine del tribunale deve essere eseguito.
Sergio Marchionne ha più volte sostenuto che per mantenere il suo radicamento produttivo in Italia la Fiat ha bisogno di non subire danni concorrenziali insopportabili a causa dell’ostilità di una parte minoritaria del sindacato e della congerie di vincoli contrattuali e legislativi. La sentenza milanese sembra dar ragione a chi crede che in Italia la connection conservatrice tra sindacalismo antagonista e magistratura politicizzata sia invincibile. Se fosse così, le conseguenze sarebbero ovvie: nessuno sarà disposto a investire in attività produttive a elevato contenuto di capitale in un paese in cui sono i giudici a definire la pianta organica basandosi sull’affiliazione sindacale dei lavoratori e non sulla loro funzionalità al processo produttivo. Naturalmente gli antagonisti preferiscono veder chiudere la Fiat in Italia che accettare regole di produttività nuove. Quel che non si capisce è come gli altri, a cominciare dal governo, tollerino questa situazione e le sue tremende conseguenze.